Come processi multidimensionali e circolarità dei luoghi possono diventare la nuova frontiera dell’abitare urbano
La rigenerazione urbana non è più una scelta etica: è l’unica pianificazione credibile che abbiamo. È con questa affermazione che apre il dibattito sul tema della decarbonizzazione e della rigenerazione del settore edile l’Architetto Tommaso Conti, Senior Architect ARW Associates durante Congresso Legno Italia organizzato da ARCA e Filiera Legno lo scorso Ottobre 2025 a Bergamo con la collaborazione di UsUp

Rigenerazione urbana oltre la retorica: il futuro passa dall’esistente
C’è una domanda che ci portiamo dietro ogni giorno, al tavolo da disegno come in cantiere: cosa ne facciamo dell’esistente?
L’Italia è piena di vuoti. Fabbriche dismesse, scuole chiuse, cinema spenti da vent’anni. Non abbiamo nemmeno una mappatura completa, eppure li vediamo ovunque. E intanto il Parlamento Europeo ci chiede di azzerare il consumo di suolo entro il 2050, l’ONU dice entro il 2030. Sono date che sembrano lontane, ma in termini di pianificazione urbanistica sono domani mattina.
Un’economia circolare dei luoghi: quando il recupero ed il riuso aprono le porta ad una nuova visione del tessuto urbano
Perdiamo il suolo e perdiamo tutto: capacità di filtrare acqua, assorbire CO₂, regolare temperature. La rigenerazione va guardata come guardiamo ai materiali: recupero, riuso, rifunzionalizzazione. È economia circolare applicata alla città stessa.
Ma non parliamo solo di ristrutturare edifici. La rigenerazione lavora su più livelli insieme: spazio, società, economia, cultura. È rimettere in circolo valore dentro la città che già esiste. E ha due caratteristiche che la rendono diversa da qualsiasi altro intervento edilizio.
È multidimensionale: funziona a tutte le scale. Un parcheggio può diventare housing sociale, un capannone un polo terziario, un percorso pedonale può ricucire il tessuto storico di una città. Non conta la dimensione fisica, ma il valore che genera nel contesto.
È multifunzionale: chiede la partecipazione di tutti. Pubblico, privato, cittadini. Non basta il progettista illuminato o l’amministrazione coraggiosa. Serve un ecosistema che dialoga davvero.

Due progetti, un solo metodo: rendere utile ciò che già esiste
L’ Architetto Conti racconta come due esperienze diverse per scala e contesto, ma con la stessa logica applicata hanno reso possibile riutilizzare due strutture già esistenti, trasformando l’uso a disposizione della collettività,
Milano, Crescenzago. dove con Reinventing Cities lo studio ha trasformato un parcheggio in social housing. Non solo un cambio di funzione: è un cambio di paradigma. Meno auto, più persone. Un cortile abitato con servizi pubblici al piano terra: uno spazio restituito alla collettività.
Milano, Viale Fulvio Testi. Un ex spazio industriale convertito in polo uffici. In questo caso lo studio ha mantenuto l’identità produttiva del luogo: le strutture metalliche, le altezze industriali, i materiali grezzi. La memoria è diventata valore economico. Chi lavora lì percepisce la stratificazione del tempo.
Cosa li accomuna? Partono da ciò che c’è. Creano prossimità. Mantengono l’identità del luogo. Non sono gesti eroici, sono gesti intelligenti.

La decarbonizzazione invisibile nella rigenerazione urbana: rigenerare come atto di responsabilità urbana
Rigenerare è anche una forma di decarbonizzazione “di processo”: quando riusiamo un edificio evitiamo le emissioni legate a nuove costruzioni, demolizioni, trasporti ed estrazione di materiali. È un beneficio enorme, spesso invisibile nelle metriche tradizionali, ma reale: si misura in ciò che non produciamo, non in ciò che aggiungiamo.
La vera innovazione: trasformare ciò che già esiste
La vera innovazione non è costruire nuovo, ma trasformare ciò che già esiste, con qualità e consapevolezza. È qui che oggi si gioca il futuro della città. La riflessione dell’Architetto Conti chiude l’intervento ponendo gli addetti ai lavori di fronte a delle domande chiare e sicuramente portatrici di nuovi approfondimenti e analisi.
Prima di aprire ogni cantiere dovremmo chiederci: quanto nuovo possiamo evitare, costruendo meglio nel già costruito? In Italia gli spazi non mancano. Servono metodo, strumenti urbanistici più chiari, incentivi al riuso, semplificazione burocratica, formazione e coraggio: la capacità di investire su processi lunghi e complessi, non solo su interventi spettacolari e fotogenici.
Rigenerare, in fondo, è un atto di responsabilità: verso il suolo che abbiamo già consumato, verso le generazioni future, verso la città esistente che merita una seconda possibilità. La vera innovazione oggi non è costruire il nuovo. È trasformare ciò che già c’è. E farlo bene.

